top of page

La lunga traversata in treno

  • Immagine del redattore: oytis
    oytis
  • 18 set 2012
  • Tempo di lettura: 3 min

 


L'ultima parte del mio viaggio inizia una sera alla stazione dei treni espresso di Pechino. Inizia con due bottigliette d'acqua gelate, tanto che l'acqua é in gran parte ghiacciata. Ed inizia con dei treni, ovviamente. Perché questa sarà la parte più dura, per tre giorni soltanto un treno che corre nella notte e le giornate di sole come fermate intermedie. Nella confusione dell stazioni, davanti ad un cancello, in una fila che appare come la foce di un fiume. Parte... nella notte.



14 Agosto 2012



E' quasi scomparso, un attimo soltanto, quel caldo soffocante che ho imparato a conoscere. Scompare a tradimento, che non sono preparato. Ai piedi di una montagna, in una valle che vi si inoltra come un cuneo, e l'ombra, il vento, la brezza fredda sibilano tra le rocce. Ci sono dei ragazzi spagnoli, uno ha lavorato in Germania qualche anno, poi ha deciso di andarsene e tornarsene in qualche paese dell'Andalusia, sa di cosa parlo, so di cosa parla, c'é una coppia di italiani, ma la cosa é un po' complicata perché lei ha una macchina fotografica nuova con la lente che vorrei comperare e lui invece da otto mesi lavora a Pechino, c'é una coppia di inglesi, giovanissimi, che non sanno dove dormiranno la prossima notte, c'é una ragazza polacca che da sola attraversa la Cina, dopo aver lavorato tre mesi a Shanghai e prima di ricominciare per quasi un anno a Singapore. Volti europei incontrati su un ponte di legno sospeso sul greto di un torrente quasi scomparso. Sospeso, come il monastero che rimane appollaiato sul fianco ripido della montagna, quello che concede qualche ora di sole al giorno. Illusione o realtà, tra vento e fronde di alberi fruscianti, i suoi corridoi stretti esposti sul vuoto, le sue scale ripide e le minuscole camere votive sembrano sostenersi su palafitte ancorate alla roccia. Precarie, come quel senso di vertigine che ti coglie sporgendoti dalla balaustra di legno che arriva sotto la vita, o da sotto, ai piedi della fiancata e le linee verticali dei pali che impiantati in qualche modo, sfidano la gravità.



Sono alti metri. O piccoli un paio di centimetri. Scavati nella roccia, scolpiti. Quasi rubati al cuore della montagna, in grotte che a poco a poco colpi precisi di scalpello hanno liberato dalla pietra. Sono i Buddha di Datong, grotte che conservano un culto millenario. Protette nell'ombra, illuminate da un fascio di luce che penetra da quella stessa feritoia dalla quale uno scultore, 1500 anni fa, ha iniziato la sua opera, creano contrasti netti sulle statue. Altrove, il loro sguardo immobile, fisso nel tempo e nello spazio, é esposto al cielo e sfida l'erosione incessante del vento. Silenzio.


Basta un temporale di un quarto d'ora e le strade sono allagate. Non c'é molto da vedere in una città che ha dato in pasto il proprio passato ad un'asettica modernità. Basta un altro quarto d'ora e già la polvere si alza dalle vie laterali, non asfaltate. E' ancora la strada. Sanza direzione precisa, perdersi soltanto per osservare. Tra un mercato, l'ingresso di una via abbandonata a se stessa, grigia e sgualcita dietro le cui mura si scorgono in lontananza bracci meccanici e grattacieli in costruzione. Ossessione costante. Dietro, il sole tramonta, filtra tra strutture metalliche e la polvere della strada sospesa nell'aria.




15 Agosto 2012


E' appena alba e già sono sceso dal treno. Alba fresca e densa di foschia. Così, tra le strade animate soltanto da piccoli gruppi che meditano col corpo e con la mente su posizioni di arti marziali, appaiono le mura intatte di PingYao. Dietro si protegge un angolo intatto di passato. Da scoprire, in un modo soltanto, una volta varcata la soglia. Perdendosi. Tra stoffe appese, biciclette, e ceste di cibo fumante su ogni bancone. Attraverso le due direttrici principali, nord-sud ed est-ovest, e la miriade di labirinti che da esse dipartono. Seguendo un sorriso di un bambino, lo sguardo di una donna o la partita di scacchi tra due anziani. Per andare oltre le vie principali. Sebra di essere giunti in un'oasi al centro di un deserto. Temporale, certo, ma anche fisico. Che il colore dominante é quello dorato della sabbia e la terra delle mura, che le scarpe si coprono lentamente di uno strato sottile, che il sole accende ombre e contrasti al passare del giorno. Deserto, come salire sulle mura perimetrali ed iniziare a camminare, di torretta in torretta, di gate in gate. E man mano sentire il silenzio salire e dall'alto delle mura osservare la città e spiarne gli angoli più recessi. Camminare, nella Cina che immaginiamo stampata sui libri di viaggio di un altro secolo. E scoprire, varcata una soglia, tazze di thé appoggiate sul tavolo, al centro di corti che giocano con la geometria e si colorano della natura, tra caratteri incisi agli stipiti e l'odore del legno. Senza fermarsi, finché il giorno tramonta.




Comentarios


Get in Touch

pngguru_edited_edited.png

Thanks for submitting!

Istantanee © 2020 by Oytis

bottom of page