La stazione, l'aeroporto
- oytis
- 17 lug 2008
- Tempo di lettura: 2 min
Da bambino, era un evento andare in stazione a vedere i treni perchè c'era da andare a prendere qualcuno. Sentivo parlare tanto di “coincidenze” e non sapevo nemmeno cosa significasse questa parola. Ricordo quando andai a Venezia, con la mamma e la nonna, quanto il viaggio mi sembrasse lungo. Ricordo i quadretti allungati contenenti quelle copie di incisioni delle città sopra gli schienali dei vecchi intercity. O forse non era un intercity, lo chiamavo così io perchè andava da una città all'altra...
Sono passati degli anni e mi son trovato a fare il pendolare ogni giorno, su quei treni che tanto mi affascinavano da piccolo, quanto odiavo allora. Attraversavo la stazione di Milano di corsa per tornare a casa e tutto era calcolato al secondo, dalla porta dell'aula di università dalla quale fuggivo, alla metropolitana, fino al treno, che poi tanto era sempre in ritardo tranne quel giorno che in ritardo ero io. Oppure, mi immergevo nella nebbia pungente del mattino, semiaddormentato, scorgendo ombre di compagni di viaggio senza nome che come me aspettavano silenziosi sulla banchina. E guardando fuori dal finestrino, quando mi risvegliavo durante il viaggio, osservavo il paesaggio scorrere veloce – mai abbastanza per quanto avrei desiderato – ed ho sempre pensato quante vite incrociavo, quante storie perdevo nelle sagome che sfrecciavano davanti ai miei occhi in un battito di ciglia. E spiavo sulle banchine le dinamiche all'arrivo od alla partenza, e in ogni stazione intermedia, di persone in attesa, di abbracci, e di lacrime per una separazione.
Ho abbandonato il treno, ora mi trovo su un aereo...
L'aeroporto è qualcosa di incredibile, risveglia il mio immaginario di bambino. E' una piccola città, con regole e tempi tutti suoi. Il tabellone segna nomi di luoghi così lontani che spesso li abbiamo visti soltanto con la nostra fantasia, e tutti contemporaneamente, uno vicino all'altro. La gente brulica in ogni direzione, ti attraversa la strada, cammina con più o meno determinazione, mentre i loro profili si disegnano in controluce sulle grandi finestre a vetro o si riflettono sui pavimenti tirati a lucido. Ma le “dinamiche”, no, quelle sono sempre le stesse, e io ancora una volta quasi le spio... c'è sempre una lacrima, un bacio, un abbraccio, gente in attesa davanti ad una porta a vetro o una scrivania che marca un confine, che segna una separazione. E potrebbe essere interessante osservare, magri dopo un po' ci si stuferebbe e tutto sembrerebbe ripetitivo se non mi riguardasse, se non entrasse nella mia vita. Ma, visto dall'interno, è un'altra cosa...
In partenza...

“... Bernis, a Parigi, prima della partenza del rapido, scavalca ore deserte. Con la fronte contro il vetro, egli guarda scorrere la folla. Egli è distanziato da quel fiume. Ogni uomo forma un progetto, s'affretta. Intrighi s'annodano che si snoderanno indipendentemente da lui. Quella donna passa... fa appena dieci passi ed esce dal tempo. Quella folla era la materia viva che nutre l'uomo di lacrime e di risa ed ora eccola simile a quella dei popoli morti.”
(Corriere del Sud – A. de Saint-Exupery)
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